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La censura dei fumetti e degli anime giapponesi nell’Italia
del XX secolo
Si può dire che nel nostro paese,
la questione della censura in riferimento ai prodotti
dell’industria culturale, ovvero media quali il fumetto o i
cosiddetti cartoni animati trasmessi dalle reti pubbliche e
private, sia nata con la diffusione degli stessi sul mercato.
Infatti già negli anni ’50 sull’onda dell’azione repressiva
degli Stati Uniti in epoca maccartista, dove lo stato è chiamato
a vigilare che non ci sia la minima traccia di propaganda
comunista, e dove spopolano le idee dello psichiatra G. Werthem,
che nel suo The Seduction of Innocent (1954) attacca duramente i
fumetti, considerandoli prodotti in grado di deviare le menti
dei poveri fanciulli, anche l’Italia, pressata dai moniti della
stampa cattolica e di quella comunista, è costretta a svilire la
natura stessa di questo medium. È proprio in questi anni nasce
un complesso sistema di autoregolamentazione imposto dagli
stessi editori italiani, al fine di evitare leggi repressive e
quanto altro possa impedire il commercio della produzione
fumettistica dell’epoca. Situazione che si protrae per un lungo
decennio, cioè fino a quando il prodotto fumettistico è
destinato alla cosiddetta fascia infantile o adolescenziale, con
un chiaro intento educativo; decennio durante il quale matura il
successo di noti fumetti come Tex della italianissima casa
editrice Bonelli (ovviamente ripulito sia nelle rappresentazioni
che nel linguaggio), Topolino più che noto prodotto disneyano, e
il Corriere dei Piccoli. Per vedere cambi di rotta sul versante
del consumo, è necessario attendere gli anni ’60. In questo
periodo la produzione cambia il proprio target di riferimento
con la creazione di prodotti destinati ad un pubblico non più da
educare, ma al massimo da divertire, intrattenere, svegliare…
Fioriscono così alcune delle più importanti innovazioni
editoriali, come Linus, Eureka, Il Mago, Sorry e nascono autori
tra i più apprezzati nel panorama nazionale, che si rivolgono ad
un pubblico adulto, e che rendono prolifico nel corso di un
ventennio, un settore dalle alterne fortune. Passano così, altri
10-15 anni, nel frattempo il mercato si allarga, e nuovi
prodotti fanno la loro comparsa. Arrivano gli ’80, e con loro le
reti private, che cominciano a trasmettere quello che resterà
“patrimonio” della maggior parte dei bambini-adolescenti
cresciuti a pane e Tv, ovvero gli anime giapponesi, meglio
conosciuti come cartoni animati, ed è a questo punto che l’ombra
della censura comincia le sue nuove danze. Inizialmente gli
anime non sono censurati, seguendo il filo giapponese infatti,
essendo essi pensati per un pubblico adulto, non necessitano
censura. Ma quando questi prodotti vengono replicati, e
destinati ad un pubblico per il quale non sono neanche stati
pensati, ovvero i bambini, si decide di apportare modifiche, che
spesso stravolgono del tutto il senso originario del prodotto.
Per ragioni di varia natura e non soltanto per questioni di
adattamento alla cultura nostrana, si tagliano pezzi interi dei
vari episodi, con conseguenti stravolgimenti di trama, inoltre
vengono stravolte anche le sigle, i dialoghi originali, nonché
nomi dei personaggi stessi, che certamente, essendo giapponesi,
hanno un significato preciso. Così Orange Road, diventa “Johnny
è quasi magia”, Marmelade Boy “Piccoli problemi di cuore”, e via
dicendo… Interi episodi vengono cancellati, molte scene
tagliate, cartoni come Georgie, Rossana e Ranma ½ , solo per
citare alcuni dei più famosi anime, vengono trasmessi con varie
amputazioni, rei di proporre scene e temi inadatti ad un
pubblico giovane. Facile intuire che a seguito di una tale
deformazione, l’anime stesso perde di autenticità, e viene ad
essere derubato del valore intrinseco che esso come opera
d’arte, perché in tal modo è vissuto nella sua cultura
d’origine, porta inevitabilmente con se. Le conclusioni sono
abbastanza evidenti, ieri il fumetto, oggi l’anime, domani il
videogioco? Ogni nuovo mezzo, ogni cultura altra che rappresenta
una realtà in modo differente da come siamo abituati a
percepirla, porta sgomento, paura, per questo la soluzione a
portata di mano sembra essere sempre la stessa: piuttosto che
osservare la diversità, è preferibile evitarla…
a cura di Randa El Tahmy Bayoumy Amar
Bibliografia
Morcellini M. (a cura di), Il Mediaevo. Tv e industria culturale
nell’Italia del XX secolo. Carocci, Roma 2000.
Webgrafia
http://it.wikipedia.org/wiki/Censura
http://www.uniurb.it/giornalismo/lavori2002/gastaldi/pag6.2.html